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C'era anche il vino


di Ashara Amati


"Mamma mia che nottata demmerda!" Pensò l'uomo smontando dal cammello e massaggiandosi la schiena dolente.
Era incazzato nero.
Non capiva cosa passasse per quelle teste di cazzo dei suoi colleghi. Ma che razza di idea idiota era quella di mettersi a inseguire una cometa? Per trovare cosa poi? Un re? Ma chissenefregava dei re, finché non venivano a chiedergli le tasse!
Lui sapeva solo che quei rompipalle l'avevano strappato dal suo comodo gazebo arredato di soffici cuscini, pieno di buon cibo e vino e giovani donne bellissime e insaziabili e sempre mezze nude per via del caldo, per trascinarlo a viaggiare ogni notte al freddo e al gelo in un deserto tutto uguale per vedere quella stupidissima stella e poi andare arrosto di giorno in un padiglione montato alla bell'e meglio cercando invano di dormire.
Che poi, vedere la stella... Porca miseria, era la terza notte di seguito che il cielo era coperto da un manto impenetrabile di nubi e non si vedeva a un palmo dal naso, altro che corpi celesti!
Quel deficiente di Melchiorre insisteva di essere in grado di orientarsi e mantenere la direzione anche senza la stella e Gaspare e Baldassarre gli davano pure retta! Così quella notte, in replica alle due precedenti, erano finiti in un pantano, poi in un roveto e infine poco più tardi erano quasi precipitati giù per un burrone.
E lui non scopava da due mesi.
Aveva le palle così gonfie che quando montava sul cammello gli facevano male. (Montare...cammello...mmmh a questo punto quasi quasi ci faceva pure un pensierino...)
Mentre una striscia chiara si faceva via via più intensa a est aiutò con stizza gli altri a montare (aridaje) il padiglione nei pressi di un'oasi ma a lavoro finito rimase fuori perché non aveva voglia di stendersi con loro a riposare: Gaspare scoreggiava come un cinghiale, Baldassarre russava come una segheria e Melchiorre non riusciva a prendere sonno e continuava a parlare dei fatti propri e a ripetere che ormai c'erano quasi, che mancava poco quando lui invece lui aveva il sospetto che si fossero persi. Insomma, non li sopportava più.
Si accoccolò sotto una palma ad osservare i cammelli che si abbeveravano ad una delle pozze nella luce metallica dell'alba e a pensare alle proprie miserie. Gli toccava bere acqua schifosa e torbida, che era buona a malapena per lavarsi, anziché il vino dolce cui era abituato: l'ultima anfora rimasta era con l'oro, l'incenso e la mirra, requisito come dono per il fantomatico re. Anche il cibo ormai scarseggiava e lui, abituato a pasti luculliani, iniziava ad accusare il colpo. Aveva la pelle secca e la barba lunga e gli faceva male il culo a furia di cavalcare. Ma cos'aveva fatto di male per meritarsi tutto questo?
Decise di approfittare del fatto che il sole stava emergendo in quella dall'orizzonte e non picchiava ancora con ferocia per lavarsi dato che l'acqua nelle polle di quell'oasi pareva quasi limpida. Rapido si tolse i ricchi vestiti ormai stazzonati e si immerse.
Aah, che goduria! Mai quanto una scopata o un banchetto come si doveva, ma ci arrivava quasi.
Trovò un gruppo di rocce appena sotto il pelo dell'acqua e si accomodò chiudendo gli occhi. Dolcemente la sua mano scivolò giù per il ventre e si stinse intorno all'erezione quasi dolorosa che non sfogava da giorni, dato che aveva i tre rompicoglioni sempre intorno.
La mosse mollemente su e giù pensando alle sue concubine che aveva lasciato alle cure degli eunuchi, immaginando i loro seni sodi e i loro sederi pieni, le loro bocche fresche e le loro fiche bollenti. Era ormai rilassato e pronto ad accelerare il ritmo quando udì un rumore di passi.
Stizzito aprì gli occhi pensando che fosse uno dei suoi compagni di viaggio ed aveva già un'imprecazione sulle labbra quando si accorse che lo scalpiccio veniva da dietro una duna. Incuriosito attese qualche istante e, mirabile visione! Due donne vestite di nero si avvicinavano alle pozze con due anfore in equilibrio sulla testa.
Lui stette quieto ed aspettò: solo la sua testa bionda e la punta del suo pene eretto sbucavano dall'acqua, mimetizzandosi con le rocce giallo-rosate che lo circondavano.
Le due donne si avvicinarono alla sua pozza chiacchierando tra di loro, riempirono le anfore che portavano sulla testa e le posarono alla base di una palma. Poi, davanti al suo sguardo sgranato, iniziarono a spogliarsi svolgendo i lunghi veli scuri che circondavano le loro forme e scoprendo man mano sempre più pelle color cannella. Prima emersero i volti e lui vide che erano giovani berbere, forse sui vent'anni, belle e selvagge. Il membro gli si agitò tra le dita.
Poi dalla stoffa emersero le braccia e la parte superiore del tronco, liscia e cremosa, e la mano che si era fermata riprese il proprio movimento su e giù.
Poi apparvero le gambe tornite, poi il ventre morbido, infine i seni abbondanti, le natiche tonde ed il triangolo nero del pube. Gli occhi del Mago ormai sporgevano dalle orbite e il movimento masturbatorio accelerò. L'uomo non poteva credere a tanto culo (letteralmente) e cercò di menarselo più in fretta in modo da godere prima che le donne si accorgessero di lui
Loro però non l'avevano ancora visto, seminascosto com'era tra le rocce, e si immersero lentamente senza smettere di chiacchierare; ora che le sentiva meglio il Mago si rese conto di non conoscere la loro lingua... Strano, dato che era molto erudito parlava fluentemente tutti gli idiomi della regione e grazie alla grande varietà di donne nel suo harem aveva imparato anche qualche parola di parecchi dialetti! (per lo più parole sconce ed incitazioni a spingere più forte, ma vabbè...)
La pozza non era molto profonda quindi l'acqua arrivava al livello delle ascelle delle due giovani e due coppie di montagnette rosate presero a galleggiare davanti a loro mentre esse avanzavano verso il centro del piccolo specchio d'acqua. I capelli nerissimi cadevano come un velo intorno alle loro teste, appesantiti dalle lunghezze ora bagnate.
Il Mago oramai si masturbava freneticamente, eccitato dal pensiero che la stessa acqua che circondava lui veniva a contatto anche con i nudi corpi femminili, magari insinuandosi nei loro più reconditi anfratti in cui avrebbe voluto sprofondare la propria verga infiammata, e il movimento ondulatorio della mano produceva uno sciabordio sempre più rumoroso. In una pausa della conversazione le due donne lo udirono e voltarono la testa verso di lui.
Ci fu un attimo in cui tutti rimasero impietriti.
L'uomo si sentì cadere le braccia: ora le donne se la sarebbero data a gambe e lui non era ancora venuto! Ecco, la sua solita sfiga!
Invece le due si diedero di gomito indicando il suo glande che emergeva dalle acque ancora stretto nel pugno e si misero a ridacchiare. Il Mago si stava già incazzando perchè gli parve che le donne lo stessero prendendo in giro, quindi non poté credere alla propria fortuna quando esse iniziarono ad avvicinarsi con un sorriso malizioso sulle labbra. Il fondo della polla si alzava da quel lato e le due emersero fino alle cosce mostrandogli le loro nude forme sinuose e facendolo quasi venire sul colpo.
Sorridendo gli dissero qualcosa nella loro lingua sconosciuta ma intuirono dalla sua faccia perplessa che non capiva ciò che stavano dicendo.
Allora una delle due le donne indicò di nuovo il glande poi il proprio pube e quello della compagna, grondanti acqua, con un'espressione interrogativa. La richiesta era chiarissima e il Mago non perse tempo ad annuire vigorosamente. Poi si posò un dito sulle labbra indicando di fare silenzio: di sicuro non voleva quei tre bacchettoni dei suoi colleghi tra i piedi!
Le beduine si inerpicarono sul rialzo di roccia su cui lui era disteso sotto il pelo dell'acqua e si stesero una per lato, poi entrambe gli avvolsero le dita intorno al pene guidandogli al contempo ciascuna una mano tra le proprie cosce.
Il Mago infilò senza esitazione indice e medio in quegli anfratti bollenti, scivolosi e accoglienti; le due sospirarono di contentezza iniziando a menargli la verga con la massima coordinazione e a premergli sul volto i seni da baciare e succhiare. L'uomo era in Paradiso, non sapeva più da che parte girare la testa e quella sega a due mani lo stava facendo impazzire.
Il digiuno cui i tre compagni di viaggio l'avevano forzatamente sottoposto però gli fece subito pagare il prezzo: dopo pochi istanti di quel trattamento infatti l'orgasmo giunse rapido e inarrestabile e il mago eiaculò violentemente con un rantolo animale, cospargendo di sperma le mani, i fianchi e le spalle delle due donne. Era però talmente eccitato che il membro perse solo in parte l'erezione e lui continuò imperterrito a frugare negli intimi recessi delle femminilità delle sue compagne di giochi e a succhiare e leccare i loro seni prosperosi.
Le sue dita spesse, abili e allenate non ci misero molto a trovare il ritmo giusto e i giusti punti da premere e sfregare e mentre la sua virilità riprendeva vigore il Mago riuscì ad ottenere un orgasmo da ciascuna donna.
Le due però non parevano sazie. Con sua somma gioia quella che si era messa alla sua destra gli montò sopra e si diresse il glande tra le madide labbra inferiori impalandosi lentamente. L'altra per non rimanere indietro si mise a cavalcioni sulla sua testa premendogli la vulva sulla faccia. La prima sembrava non avere bisogno di alcun aiuto: prese a muoversi sue giù con foga cacciandosi violentemente la sua asta fino in fondo e poi rimbalzando verso l'alto, così lui dedicò mani e bocca alla seconda, leccandole le labbra, succhiando il clitoride, penetrandola con la lingua e forzando un dito nell'orifizio posteriore che pareva già ben aperto e allenato.
Le due si baciavano e si palpavano i seni a vicenda e gemevano senza ritegno, incuranti del fatto che avrebbero potuto svegliare i tre nel padiglione, e ormai anche a lui non interessava più: stava godendo come un riccio ed entro breve sarebbe venuto di nuovo, soddisfacendo finalmente la propria sete.
Prese a dare colpi col bacino per penetrare la prima donna ancora più a fondo e la sentì aumentare il volume dei gemiti e la violenza dei movimenti, chiaro segno che stava godendo. Contemporaneamente cacciò tre dita nella vagina di quella che gli stava sopra la faccia, cercando e stuzzicando quel punto rugoso giusto dentro l'ingresso mentre succhiava vigorosamente il clitoride, e anche lei inizio a gridare e a vibrare ed entro pochi istanti gli riversò in bocca una cascatella di umori.
Era pronto ad eiaculare di nuovo quando di botto le due si sfilarono lasciandolo a menare colpi all'aria. Ma che cazzo... ?
Ridacchiando le due fuggirono all'altro lato della pozza e raccolsero i propri vestiti e le anfore con l'acqua, indicando freneticamente anche i suoi e facendo cenno verso la duna da dietro la quale erano arrivate.
Il suo pene congestionato colse al volo la loro intenzione e pulsò violentemente: voleva seguirle.
Il Mago allora si alzò dall'acqua e si buttò addosso i vestiti che si era tolto poco prima, avviandosi per seguirle. Aveva le palle talmente piene che doveva camminare a gambe larghe e non vedeva l'ora di affondare di nuovo in uno di quei corpi caldi e frementi.
Gli cadde lo sguardo sul mucchio dei bagagli e pensò che il famoso Re avrebbe potuto fare a meno dell'anfora di vino: l'arraffò e si affrettò dietro le berbere che stavano in quella sparendo intorno alla duna; dopo che lui le ebbe raggiunte camminarono per qualche minuto allontanandosi sempre di più dal padiglione e raggiungendo l'accampamento delle due donne. Subito quella che egli aveva soddisfatto con la bocca si stese a terra allargando le cosce invitanti.
"Non ne può più nemmeno lei dalla voglia di prendere la mia spada fino all'elsa!" Pensò lui. Si buttò in mezzo alle cosce divaricate, penetrando con foga la vagina madida e vogliosa.
L'altra donna anziché offrirgli la vulva da succhiare gli diede una botta in testa con l'anfora e lo tramortì. Legato come un salame le due donne lo caricarono su uno dei loro cammelli e lo portarono nel cuore del deserto dalle proprie sorelle affamate di sesso. Eh sì perché le due berbere appartenevano ad una tribù unicamente femminile che catturava i maschi e li teneva come schiavi sessuali, prosciugando le loro energie con continue richieste di rapporti.
E fu così che solo Gaspare, Melchiorre e Baldassarre raggiunsero Betlemme, portando oro, incenso e mirra. Il quarto Mago il cui nome si è perso nei meandri della Storia, e il suo vino, non furono mai più rivisti.